Il calcio così com’è non ci piace più

Chissà se Gianni Rivera avrà visto il film U.S. Palmese. Che c’entra, vi chiederete, un grande (grandissimo per chi scrive) ex calciatore con una coppia di registi noti per il loro cinema originale e imprevedibile?

A unirli c’è stato in questi ultimi giorni una comune polemica nei confronti del calcio di oggi, dei suoi vizi, della sua mancanza di empatia. E non solo l’oggetto è lo stesso ma uguale è anche l’atteggiamento: una critica sommaria, generica, sicuramente inefficace, velleitaria, utopistica e tuttavia utile, necessaria, saggia come rivela l’ironia che diventa autoironia.

Rivera, che è un tantino permaloso, è arrabbiato con il Milan che ha festeggiato il suo 125° anniversario e non lo ha invitato. Ma «mancavano anche Maldini, Boban, Altafini, sono in buona compagnia. Certo, il Milan senza la sua storia non è il Milan. Ma cosa vuoi che ne sappiano gli americani di storia e di calcio? Bisogna prima di tutto ridisegnare la società. Se mi vogliono come consulente potrei dare buoni consigli. Posso fare dal presidente all’allenatore e giocare gli ultimi sei minuti».

Eccolo quel tocco in più che Gianni Brera gli rimproverava, quel colpo di tacco imprevedibile che spiazzava i difensori avversari, questa volta sono i sei minuti. Per coloro che fossero ignari, per età o per scelta, delle storie del pallone, il riferimento ironico è ai famosi soli sei minuti che l’allenatore gli concesse nella finale mondiale del 1970 contro il Brasile e la cui ragione è tuttora misteriosa e fonte di varie interpretazioni e illazioni.

Ma questo è solo il colpo di tacco, geniale, in una partita molto combattuta, anzi da combattere in cui l’avversario non è certo quel brav’uomo di Ferruccio Valcareggi (l’allenatore del 1970, sempre per gli ignari…). Gli avversari sono i padroni del calcio globalizzato, i finanzieri americani (proprietari delle due squadre di Milano: robe da matti), i direttori sportivi che eseguono i loro piani, i procuratori, gli agenti, gli sponsor. Quelli che gestiscono la carriera del protagonista del film dei Manetti.

È un ragazzone di colore, di grande talento calcistico, cresciuto nella banlieu parigina. È anche un po’ scapestrato (qualcuno ha pensato a Balotelli) e a Milano dove è arrivato con grandi aspettative, ha deluso, complice la dolce vita che lo ha coinvolto. Per questo, per riscattarsi accetta la proposta di una squadra di dilettanti di un bellissimo borgo calabrese, Palmi, dove una sottoscrizione popolare portata avanti da un tipico personaggio di quai luoghi ha raccolto i soldi necessari per la difficile operazione.

Il racconto, assolutamente fiabesco, incurante di tutte le regole di verosimiglianza, di quelle del mercato calcistico e anche di quelle del giuoco del calcio procede tra mille equivoci e peripezie messi in scena come se fosse un fumetto. E ripercorre tutti possibili cliché sul meridione: dalla mafia al paesaggio sublime, dal vecchio professore che si esprime solo con massime latine alle delizie gastronomiche (la granita ovviamente), dall’omofobia dei padri all’anticonformismo delle giovani.

Ma lo fa spiritosamente come mettendo tutto tra virgolette, come la citazione divertente alla Checco Zalone di un luogo comune, fino a un geniale coup de theatre. Proprio mentre le Palmese si gioca la promozione nella serie superiore, il giovanotto è costretto dal suo avido procuratore a tornare a Parigi per passare a una squadra di rango europeo (il PSG degli sceicchi?) e ha l’occasione di giocare la finale di Champions. Ma quando segna il gol decisivo all’ultimo minuto della partita e nella tipica esultanza dei goleador si toglie la magia, sotto la divisa del prestigioso club parigino appare quella della U.S. Palmese. La maglia, dunque, quella con i colori sociali, quella vera, sola, con l’eccezione della seconda maglia da usare solo per evitare confusioni con gli avversari, ma senza la terza o la quarta per sfruttare il merchandising, quella che rappresenta la storia, come dice Rivera, il senso di appartenenza a una città, a uno stadio, che magari i finanzieri vogliono abbattere.

Lo so, è facile dire che questa è retorica o, peggio ancora, nostalgia e che non saranno Rivera o i Manetti a cambiare le cose, che non hanno una proposta concreta. Mi sembra che una semplice rimostranza, un film, rispecchino un sentimento sempre più diffuso: il calcio così com’è , nelle mani di coloro che se lo sono preso, non ci piace e bisogna dirlo chiaro, prima che sia troppo tardi.

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