La grande fuga dal Sud dell’Italia

La Puglia ha perso circa 135.000 residenti negli ultimi dieci anni, la stragrande maggioranza giovani. Sono andati via per lavorare o per studiare e poi lavorare, quasi tutti al Centro e soprattutto al Nord Italia, molti di loro anche all’estero. Se allarghiamo lo sguardo all’intero Mezzogiorno, il numero si avvicina al milione di persone.

Si va via per ambizione, per realizzare i propri obiettivi, i propri sogni o anche per bisogno. Motivi legittimi che fanno riflettere e vengono letti con un misto di scoramento e insieme di fatalismo.

Viviamo l’epoca del lavoro intellettuale, delle competenze digitali, della globalizzazione. L’epoca delle opportunità senza confini e della mobilità delle persone in cerca dell’occupazione gradita e sempre desiderata in qualche parte dell’Europa o del mondo. Questo non deve spaventare. Si muovono i capitali, si muovono i progetti industriali e quindi si muovono anche le persone, che vanno dove pensano di poter stare meglio.

Certamente una parte dell’Italia si sta impoverendo, si è impoverita: le città, i comuni, le piazze e con essi la vivacità culturale, le attività sociali, fino ai luoghi di elaborazione politica, vere palestre di aggregazione e apprendimento (pensiamo, fino ad una trentina di anni fa, alle sezioni di partito).

Se parliamo con un piccolo imprenditore, un commerciante o un ristoratore del Sud, ci dirà che cerca personale ma nessuno si offre. Il ben noto problema del mismatch. È senz’altro uno dei punti chiave che non siamo riusciti a risolvere, da quando le politiche attive del lavoro sono diventate uno dei temi centrali per un mercato del lavoro più efficiente.

Ma l’imprenditore, il commerciante, il ristoratore, cosa offrono, in termini qualitativi e quantitativi a un giovane? Perché rifiutare, o nemmeno candidarsi, per un impiego incoerente con le proprie aspettative è un diritto.

In Lombardia lo stipendio medio riconosciuto ad un lavoratore dipendente è di 2.250 € (a Milano 2.650 €), mentre in Puglia è di 1.350 €. A Catanzaro di 1.050 € . Queto spiega, almeno in parte, la fuga dei cervelli di cui ci stiamo occupando.

La produttività del lavoro è più elevata al Nord ed in parte determina, in positivo, l’andamento delle retribuzioni. La presenza di contratti a termine e lavori stagionali è più diffusa nel Mezzogiorno, influenzando negativamente le retribuzioni medie. La concentrazione dei più importanti gruppi finanziari e industriali, che offrono stipendi più alti, è prevalentemente localizzata nelle aree urbane del Nord Italia, elemento che contribuisce ulteriormente a queste disparità.

Ma, viene osservato, il costo della vita al Centro e ancor di più al Nord è più alto. Questo è vero, ma è una spiegazione che non spiega niente. Per due, sostanziali, ragioni: la forbice retributiva è così elevata che il potere di acquisto resta comunque differente. E, soprattutto, c’è la speranza; la speranza, che spesso si tramuta in realtà, che i 2.650 € di Milano diventeranno, crescendo, imparando, migliorando, magari anche cambiando azienda, molti di più; insieme alla quasi certezza che i 1.050 € di Catanzaro saranno più o meno gli stessi per tutta la vita. È dunque una questione di imprenditoria, di tessuto infrastrutturale, una questione legata ad un sistema di relazioni industriali più al passo coi tempi.

Queste persone che vanno via cercano, e spesso ottengono, ambienti più performanti dove poter esprimere la propria professionalità, svolgere il lavoro per cui hanno studiato e che hanno sempre desiderato. Dove l’avanzamento di carriera non è legato ad amicizie, ma al merito. Se entro in azienda come assistente commerciale, potrò diventare Direttore Commerciale? Se entro in azienda, pubblica o privata, come impiegato potrò diventare Dirigente? A Milano forse sì, al Sud molto probabilmente resterò, con la mia laurea, impiegato tutta la vita.

Con quali argomenti si possono convincere questi lavoratori e lavoratrici, o ancora solo studenti, quasi tutti under 40, a restare? Perché al Sud abbiamo il mare e il sole? Mi sembra un po’ poco e anche un po’ patetico.

Le persone restano se hanno una solida motivazione per farlo. Una fiducia, una prospettiva, una speranza. Questi giovani, mediamente con un livello di istruzione elevato, resteranno quando si accorgeranno di poter diventare classe dirigente. Perché lo meriterebbero, vincendo baronie, clientelismi, opprimenti gerontocrazie.

Se molti di loro d’improvviso tornassero e fossero messi nelle condizioni di diventare la nuova classe dirigente, politica, il nuovo ceto imprenditoriale, il vero tessuto connettivo della società, se insomma prendessero in mano destino e redini di questo bellissimo quanto frustrato Mezzogiorno, sarebbe un grande giorno e l’inizio di una nuova era.

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